roy-hargrove

Roy Hargrove sembra restare fedele a quel concetto di ‘earfood’ così ben incarnato dal suo album omonimo del 2009: il jazz come musica energica, sofisticata, melodica, complessa, ma pure carica di entusiasmo, vibrazioni positive e capacità di comunicazione. Il rodato quintetto del trombettista texano si è lanciato così in un lungo set di quasi due ore, bis incluso, un vero e proprio saggio di estetica black. Può sembrare una frase fatta, ma è una pura e semplice verità: i cinque aggiornano al presente la lezione di Lee Morgan, Cannonball Adderley, Horace Silver, Art Blakey e Freddie Hubbard, un sound potente, esplosivo, ricco di sfumature e ritmo, incentrato su groove insistenti e irresistibili e su una perfetta chimica. Le varie ‘Mr. Clean’, ‘St.Denis/Strasbourg’, ‘Brown’, ‘I’m Not So Sure’ trascinano il folto pubblico, visibilmente divertito e partecipe, alternando ritmi hard swingati ad altri di estrazione soul, funk e hip-hop, oltre che da marching band, ovviamente filtrati attraverso il suono e le caratteristiche del più classico quintetto acustico. E le strutture dei brani, invero complesse e piene di azzardati cambi di tempo e densi poliritmi, risultano tuttavia scorrevoli, fluide, con un perfetto equilibrio fra i vari musicisti. Il sassofonista Justin Robinson si prende molti applausi grazie alla sua indubbia simpatia, ma pure ad uno stile versatile, capace di tenere gruppo e audience sul filo durante vorticosi assoli modali e graffianti (specie nella prima metà del concerto), e pure di esibire un fraseggio rotondo e carico di espressività blues. Hargrove canta pure tre brani, fra cui una bellissima versione di ‘Bring It All Back Home’: certo la sua voce esile è più Chet Baker che Sam Cooke, ma funziona lo stesso. Dopo due ore, i cinque salutano sotto una meritatissima pioggia di applausi. Sarà che forse occorrerebbero più concerti e artisti di questo tipo per riavvicinare il pubblico al jazz?
(Negrodeath)